I tre inverni della paura

terranova, pansa, i tre inverniIl fatto che I tre inverni della paura, l’ultimo romanzo di Giampaolo Pansa, sia in libreria poche settimane dopo il 25 aprile, è circostanza da non sottovalutare.

Proprio qualche giorno fa sulla Stampain un commento di Gadi Luzzatto Voghera si sottolineava che di fronte alla sua Waterloo politica non aveva senso, da parte della sinistra, domandarsi se fosse il caso o meno di temere “i fascisti al governo”:

«Ha senso fare gli offesi se Berlusconi o la Moratti non partecipano alle celebrazioni del 25 aprile? Forse sarebbe più utile smettere di “celebrare” la memoria e cominciare a lavorare sulla memoria stessa per fare sì che questa diventi uno strumento utile per interpretare la realtà del presente».

Questo “lavoro sulla memoria” Giampaolo Pansa lo va facendo da mezzo secolo: ha cominciato con una tesi di laurea sulla guerra partigiana e si è poi imbattuto nella tragedia dei vinti, spunto per libri (il trittico Il sangue dei vinti, La grande bugia e I gendarmi della memoria) che hanno riscosso attenzione e successo, contribuendo a fare luce su quanto effettivamente avvenuto in Italia tra il 1943 e il 1945 e anche dopo, a guerra finita, con le bande comuniste scatenate contro i “nemici di classe”.

Nel poderoso romanzo I tre inverni della paura (Rizzoli, pp. 567, euro 21,50) i risultati di una ricerca durata decenni si stratificano e si condensano in un intreccio narrativo che comincia nel giugno del 1940 e si chiude alla fine del 1948 in un territorio cruciale, tra Reggio Emilia, Parma e Modena, sul quale si addensano le nubi del fanatismo e del terrore, degli Squadroni della morte comunisti, del disprezzo sanguinario dei tedeschi.

Qualche spiraglio di luce giunge dall’amore, dagli affetti, dall’amicizia, sentimenti di cui da sempre, nelle fasi critiche, sono custodi le donne. E una donna è appunto la protagonista del romanzo, Nora Conforti, una ragazza della borghesia ricca di Parma, che all’inizio della storia ha 18 anni.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale la sua famiglia decide
di tarsferirsi nel podere che possiede sulle colline della val d’Enza, a Guardasone.
Il padre Agostino, squadrista in gioventù, giudica il luogo
un buon ritiro per sfuggire agli orrori della guerra.
Una valutazione, come sveleranno le pagine del libro, del tutto errata.

In quel podere la ragazza conosce il suo primo amore, Giulio Iotti,
ma le speranze della coppia di ritagliarsi un “privato” felice
al riparo dalle traversie della storia si riveleranno sbagliate,
poiché Giulio partirà, come altri 230mila soldati,
per il fronte russo dove affronterà il gelo della morte.

Il primo inverno di paura è appunto quello del 1942:
donne e madri col fiato sospeso, tra cui Nora, per la sorte dell’Armir.
E ancora Nora accoglie il primo racconto di un reduce,
che ha condiviso col suo fidanzato la marcia per trecento chilometri
nella steppa fino al Don, con il termometro che la notte arrivava a meno 50 gradi:

«E sempre quel freddo pazzesco! Il poco rancio caldo, due mestoli e mezzo di minestrone, gelava nelle gavette. Il vino era una granita color viola. Le pagnotte erano più dure dei sassi e dovevano essere spaccate con l’accetta o con la baionetta. Gelavano anche le scatolette di carne e per aprirle bisognava calpestarle con gli scarponi…».

Nora, che diverrà madre di una bambina,
una bambina col papà morto in Russia,
sarà anche nel romanzo l’amica e confidente
di un fascista e di un partigiano.
Due figure ideali, Giovanni e Paolo.
Il figlio del fattore e il figlio del notaio.
Il primo fervido patriota, con un senso inestirpabile dell’onore,
deciso a non tradire la parola data anche quando le macerie del regime
sono evidenti a tutti. Il secondo non meno idealista,
convinto di dovere contendere palmo a palmo la terra italiana
agli uomini della Whermacht. A Nora i due affidano le loro speranze,
i loro dubbi, a lei confessano i loro fallimenti,
dinanzi a lei squadernano progetti di vita che si
sono infranti sulla rudezza della violenza o del compromesso.

Nora, “prigioniera” dentro Villa Anita,
la residenza di campagna dove vive con sua figlia
e la sua tata Angela,è la metafora dell’Italia
che accoglie ogni fazione ma non si concede,
temperando con giudizioso realismo il fremito delle passioni politiche,
consigliando ai giovani amici di sottrarsi al crudele spettacolo della guerra.

Il suo è l’eterno punto di vista delle donne, quello che coglie la tragedia delle vite spezzate e non sa che farsene di concetti come l’onore e la fedeltà.

Le donne la guerra la subiscono, sono vittime o in prima persona o perché devono piangere i fratelli, i mariti, i figli.

Un punto di vista che lo stesso fascismo aveva criticato attraverso i proclami delle ausiliarie, l’esercito femminile della Rsi, che invitavano le donne d’Italia a non incoraggiare la viltà con i loro piagnistei.

Ma dietro la retorica guerriera, il romanzo svela con quali sentimenti l’occhio femminile coglie catastrofi come la guerra oscillando tra la paura, il terrore e la compassione per ogni legge di giustizia violata nel momento in cui, a partire dal ’43, le bande dei gappisti – con una tecnica che sarà poi riconoscibile nello “stile” dei brigatisti rossi – inaugureranno la strategia dell’assassinio politico per seminare il terrore nella popolazione e scoraggiare gli agnostici dal prendere posizione contro la “rivoluzione al servizio di Stalin”.

«Questi gruppi che sparano vogliono spargere il terrore in tutte le famiglie. Siamo come formiche che possono morire schiacciate dagli scarponi del primo che passa. Senza che i capi del formicaio siano capaci di impedirlo».

Una strategia del terrore che induce a uccidere a freddo e a non risparmiare le donne:

  • come Vera Fagiani, che corre in aiuto del padre fascista assassinato, viene colpita al volto e rimane cieca;
  • come Clotilde Cattani Tognoli, fiduciaria del fascio femminile di Scandiano, uccisa mentre rincasava;
  • come ancora come la fiduciaria di Guastalla, Gina Folloni Soragni, assassinata dai gappisti a Novellara.

Il secondo inverno della paura, quello del ’44, contrassegnato dalle bombe degli Alleati e dalle razzìe dei partigiani, le donne di Villa Anita lo affrontano confidando nella protezione di un commerciante di granaglie Nelson Artoni, un personaggio che ricorda il Rhett Butler di Via col vento, altrettanto spavaldo e sicuro di sé, ma certo con uno stile di vita più modesto, che darà la sua impronta alla faticosa ripresa degli anni Cinquanta, quando l’Italia torna debolmente a sorridere dopo la rovina:

«Comunque vada a finire questo macello, noi italiani perderemo sempre… Oggi il mio credo è uno solo: commerciare e salvarmi, in attesa che questo massacro finisca. Mi comporto in modo onesto e pretendo lo stesso da chi tratta gli affari con me. Ho un motto: male non fare, paura non avere. Ma se qualcuno vuol mettermi i piedi in testa, avrà la paga che si merita».

L’ultimo e terzo inverno della paura è quello del 1945 quando i civili, Nora e la sua famiglia, comprendono che la fine della guerra dà il via libera a una mattanza indiscriminata.

TERRANOVA, PANSA I VINTIMentre gli altri gruppi partigiani depongono le armi, l’apparato militare comunista resta in campo e seguita a sparare, a uccidere e a sequestrare gli avversari di classe, per farli sparire nel nulla, al punto che lo stesso Togliatti è costretto a imporre l’alt agli Squadroni della morte.

Non ci fu solo l’accanimento contro gli sconfitti, e in particolare contro le donne che avevano creduto nel Duce, nella “seconda guerra civile” furono presi di mira i nemici naturali dei comunisti, i ricchi, gli abbienti, chi possedeva qualche proprietà. E gli sconfitti non furono solo uccisi senza alcun processo, anche se avevano consegnato le armi, furono oltraggiati in ogni modo, consegnati alla cieca e oscena burla della folla.

È chiaro che questi racconti, noti in Italia nel dopoguerra a tante famiglie dove la presenza di un “fascista” garantiva una tradizione di verità sulla fine del Ventennio ma del tutto scomparsi dai manuali e dai tanti libri apologetici sulla Resistenza, minano alla radice il mito fondante della Repubblica. Dunque le polemiche, anche nel caso di questo romanzo, sono assicurate.

Ma non è questa l’intenzione dell’autore, il quale ha voluto raccontare la guerra non come epopea di eroismo (che pure non mancò) ma come tragedia della gente comune, quella che non era schierata con nessuna delle parti in lotta, e che era la maggioranza. E questa maggioranza sopraffatta aveva soprattutto paura.

«Anche mio padre, mia madre, le mie nonne, i miei zii – dice Pansa – hanno sofferto per l’incendio che divampava attorno alla nostra casa. Per fortuna vivevamo nel centro di una piccola città piemontese. Senza essere esposti ai rischi di chi abitava in campagna o in montagna. Ma pure noi, di notte, sentivamo sparare di continuo attorno alla vicina Casa del Fascio. I due ponti sul Po erano presi di mira dal caccia bombardieri degli Alleati. La nostra strada aveva visto sfilare i partigiani destinati alla fucilazione e insieme i funerali dei soldati fascisti caduti negli agguati della guerriglia… i civili assomigliavano a un vaso di coccio schiacciato tra due vasi di ferro. Hanno patito molto senza mai avere imbracciato un fucile».

Forse per questo i loro occhi offrono lo sguardo più congeniale a guardare le vicende della guerra con la prospettiva della pietas, che è l’altro sentimento, accanto alla paura, che si fa strada con incedere struggente tra le pagine del romanzo di Giampaolo Pansa.

Annalisa Terranova

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