Franzoni d’Italia

Cala il sipario sul delitto di Cogne, ma non sul circo che lo accompagna.

Il processo ad Annamaria Franzoni, per l’omicidio del figlio Samuele Lorenzi, è terminato con la sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’imputata.

La decisione della Suprema Corte, abbastanza prevedibile, visto che solo il 6 % dei ricorsi penali presentati viene accolto, era molto attesa dai media, in particolare da chi, come Bruno Vespa, vi ha costruito la fortuna di molte puntate del proprio programma.

Come dimenticare, per esempio,
che ad inizio primavera del 2007, durante
una pubblicità della partita Roma – Manchester,
compariva Vespa nell’anteprima di Porta a Porta
agitando in una mano un mestolo e nell’altra uno scarpone?
La sera della sentenza, però, è stato Mentana a uscire per primo
con una puntata già confezionata di Matrix dal titolo “condannata”.

Il clamore mediatico è stato, in questi sei anni, l’aspetto peggiore e più squallido della vicenda: di tale squallore sono responsabili tutti, nessuno escluso. Perchè il processo per l’omicidio efferato di un bambino è una questione delicata, da trattare con la massima riservatezza. Ci sono delle regole non scritte in merito, ma anche delle regole scritte. E queste regole sono state trasgredite da tutti. Per primi, certo, dai giornalisti della carta stampata e della televisione, ma non solo.

É stato breve il passo che la vicenda ha fatto dalla cronaca al pettegolezzo, per arrivare poi ad un maniacale feticismo che ha coinvolto psicologi, giuristi, criminologi e periti vari. Il tutto con la massima diffusione ed a processo in corso e dunque nel momento meno opportuno, anche in ragione del fatto che i primi due gradi di giudizio hanno avuto anche una giuria popolare.

Forse l’aspetto più desolante è che in sei anni di processo non si sia levata pubblicamente e con lo stesso clamore una sola voce contro il circo che ha accompagnato la causa, anche a livello di richiamo, o solo di dissenso. Nessun ente, nessun ordine professionale, nessun personaggio coinvolto.

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Neppure ai carabinieri che piantonavano il tribunale di Torino è mai venuto in mente di far cessare la distribuzione dei bigliettini numerati che il vasto pubblico convenuto ha spontaneamente più di una volta organizzato per l’accesso ai cortili del palazzo di giustizia e quindi per vedere da vicino la Franzoni. Per non parlare di una difesa che, per lo meno durante il patrocinio di Carlo Taormina, ha fatto piacevolmente a meno della riservatezza.

Gli stessi protagonisti del processo,
ossia Annamaria Franzoni e la sua famiglia,
non si sono minimamente sottratti ai riflettori

(salvo poi criticare i media), primi tra tutti quelli
strappalacrime di Studio Aperto. E la sera della sentenza
è stata diffusa e confermata la notizia dell’arresto
dell’imputata strappata dalle guardie all’affetto dei
figli che piangevano.

Lo spettacolo, dunque, dura fino all’ultimo.
Perchè, per il bene dei bambini, per lo meno quest’ultima scena la si poteva e la si doveva evitare.

Ci sono molti modi di dire che si va in galera, soprattutto ai bambini, persino il De Amicis lo insegna.

Qualche anno fa, per esempio, c’era un ex militante di Prima Linea
condannato a pena detentiva che usufruiva di un permesso di uscita giornaliera
dal carcere per lavorare (la così detta semidetenzione),
il quale metteva la sera a letto il figlio e fingeva di andare a dormire,
per poi ricambiarsi e tornare in carcere, dal quale uscire presto al mattino
e simulare di avere dormito a casa.
Tutto in silenzio, per il bene del figlio,
come la situazione imponeva.

Giovanni Di Martino

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