Camerata, sost. sing.

E alla fine, in quest’Italia in cui sono saltati tutti i vecchi schemi e i vecchi tabù, viene riabilitato anche il termine più demonizzato di tutto il secondo Novecento.

Sarà per la fine di una certa egemonia culturale,
sarà per l’impatto simbolico di un sindaco di Roma che aveva mosso i primi passi nel Msi,
sarà per l’adeguamento del linguaggio della politica ai codici della società civile,

ma il Corriere della Sera è arrivato a utilizzare in positivo l’espressione «cameratismo».
E a scriverne, nel senso dei «segnali di novità» di quest’ultima stagione della politica, è stato ieri il liberale Piero Ostellino con l’editoriale di prima pagina del giornale di via Solferino.

Ostellino commenta infatti alcuni giudizi sul nuovo esecutivo e ne sottolinea gli elementi di «eccellenza», «indipendenza» e, appunto «cameratismo». E nel farlo cita testualmente, all’inizio dell’articolo, il motto del preambolo della Costituzione australiana:

«Apprezziamo l’eccellenza quanto la correttezza, l’indipendenza quanto il cameratismo».

Oltretutto l’editorialista spiega di aver ricavato questa sensazione da alcune parole pronunciate dall’esponente di An Adriana Poli Bortone. «Nella mia vita non mi sono mai impegnata per avere cariche, ma per passione vera…», aveva ammesso la parlamentare che, annotava Ostellino, esprime grande senso di indipendenza e «non mette in discussione il cameratismo» nei confronti del mondo politico al quale fa riferimento.

Insomma, dopo tanti anni il termine “cameratismo” torna ad evocare qualcosa di positivo. Come è per la Costituzione ausrtraliana, come è per i commilitoni in tutti gli eserciti del mondo, come è sempre stato tra gli universitari e gli studenti.

Certo, in Italia c’è stata la Grande Guerra e l’esperienza delle trincee: da noi, allora, il cameratismo entrava prepotentemente nel lessico generazionale. E già nelle pagine del suo Diario di guerra Mussolini ricorre abbastanza frequentemente al francese camaraderie. Una parola che indicava proprio il cameratismo, ossia la familiarità che tradizionalmente esiste tra commilitoni o compagni d’avventura.

Camerati, ovvero compagni (di lotte politiche) e commilitoni (nelle battaglie).

Basterebbe dare un’occhiata ai dizionari delle principali lingue europee.

Camarade, che in Francia indicava in un primo tempo i “compagni d’arme” (pensiamo al motto “uno per tutti, tutti per uno” dell’epopea dei moschettieri raccontata da Dumas, o all’etica dei cadetti evocata dal guascone Cyrano di Bergerac), nel primo Novecento diventa l’appellativo rivoluzionario con il quale si chiamo fraternamente tra di loro i socialisti e i comunisti.

È l’equivalente dell’italiano “compagno”.
Stessa cosa con lo spagnolo camarade,
con l’inglese comrade,

appellativi con i quali si sono riconosciuti – e si riconoscono ancora –

  • i socialisti,
  • i laburisti,
  • i socialdemocratici,
  • i comunisti,
  • i trozkisti,
  • gli anarchici,
  • i sindacalisti,
  • i rivoluzionari
  • e i riformisti in generale…

Quell’appellativo, proprio per il suo incarnare il sentimento di una militanza condivisa sia in guerra che nella lotta politicae e in Italia verrà naturalmente adotatto anche

  • dagli interventisti,
  • dai futuristi,
  • dagli arditi,
  • dai legionari fiumani
  • e dagli appartenenti di primi Fasci di comattimento.

Tanto che per Gabriele d’Annunzio, sia prima che dopo l’avventura di Fiume, i termini di “compagno”, “fretello” e “camerata” erano sostanzialmente sinonimi.

Così il Vate si rivolgeva a Mussolini con una lettera dell’11 settembre 1919:

«Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora.
Domattina prenderà Fiume con le armi».

E d’altro canto, ancora nel 1921, lo stesso Mussolini, intervenuto al funerale del fascista Franco Baldini, ucciso a Roma, si rivolse a tutti i fascisti presenti chiamandoli: «Compagni!».

E quando, nel 1934, introdotto da Giuseppe Bottai, viene pubblicato in Italia il testo Bolscevismo e capitalismo, l’esordio del discorso staliniano al XVII Congresso sovietico viene tradotto proprio così:«Camerati!».

(Sintesi)

Italo Balbo, uno dei protagonisti di quell’Italia, è stato così descritto da Silvio Bertoldi: «A Balbo delle camicie nere piaceva l’aria da moschettieri alla D’Artagnan. Tutti insieme, tutti pronti, tutti portati alla beffa, tutti senza paura in un ambiente di pavidi e infidi avversari…».

Volontario a vent’anni nella Grande Guerra e poi tenente degli arditi era stato anche Giuseppe Bottai che così espresse lo spirito del cameratismo: «Numerosi tra noi erano ex anarchici, socialisti, sindacalisti, nazionalisti integrali, passati attraverso il vaglio rigoroso della guerra. Non v’erano, per certo, gli uomini del giusto mezzo, della guerra omeopatica, i moderati,
i calcolatori…»
.

Certo, da allora tanta acqua è passata sotto i ponti: dalla codificazione del termine per “tutti gli iscritti al partito” negli anni del consenso, alla seconda guerra mondiale, alla sconfitta, a un nuovo scenario internazionale post-totalitario. E mentre in tutto il mondo il termine è continuato ad essere usato – sia per il sentimento di condivisione tra studenti o militari, sia per quello di compagno di battaglie politiche – in Italia era finito oscurato insieme a tutta la demonizzazione della tentazione novecentesca.

Nel 1991 riapparve timidamente e in sordina nel titolo di un romanzo di Antonio Franchini: Camerati. Quattro novelle su come diventare grandi (edizioni Leonardo).
Adesso è il Corriere della Sera a riammetterlo tra le parole che esprimono
i «segnali di novità» della politica.

E anche questa è normalizzazione, quanto meno del linguaggio.

Luciano Lanna

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